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Stefano Accorsi straccia gli stereotipi: “Famiglia è dove c’è amore”

L'attore al Giffoni Film Festival si è espresso su un tema caldo: "La storia che un bambino deve stare dove ci sono una mamma e un papà non mi piace affatto, anche perché intorno a noi vedo ancora bambini che non sono felici e maltrattati. Conosco tanti figli di coppie omosessuali e sono bambini come tutti gli altri: dove c’è amore c’è la felicità e la famiglia è il luogo dell’amore. Il resto sono convenzioni”.

STEFANO ACCORSI
Nel 1999 aveva lasciato a Giffoni quel sorriso tenebroso di un giovanissimo attore pieno di sogni e aspettative, oggi Stefano Accorsi è cresciuto e insieme a lui la sua carriera, ma la magia del Festival che lo sorprese vent’anni fa non è cambiata. Torna diverso, con un bagaglio ricco di esperienze, per un incontro che è un viaggio di emozioni e momenti. Una chiacchierata tra amici, insieme ai giovani dove STEFANO ACCORSI – premiato con l’EXPERIENCE AWARD – trova spesso nuove ispirazioni. Senza alcun indugio, perché è quell’aspetto così essenziale a convincerlo ogni volta un po’ di più. “Di questo Festival conservo sempre un ricordo bellissimo, qui trovai la semplicità del contatto e l’immediatezza”, ha raccontato. “È meravigliosa la contaminazione, trovarsi la sera a cena tutti insieme e raccontarsi senza limiti. Questo Festival ci dice a chiare lettere che la passione è fondamentale e diventa importante ogni giorno di più”. 

Un nuovo abbraccio, questa volta più maturo e intenso. Interprete di storie incredibili e appassionanti, è uno dei prestigiosi talenti del grande cinema italiano: nel 1991 la sua prima volta al cinema, con Pupi Avati in Fratelli e sorelle. Poi un susseguirsi di film che hanno segnato con intensità e riconoscimenti il suo percorso artistico, da Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enza Negroni a L’ultimo bacio di Gabriele Muccino, passando per i successi senza tempo di Ferzan Özpetek Le fate ignoranti e Saturno Contro.  “Ferzan è un fuoriclasse, artista e artigiano insieme: ha un approccio artistico alla materia mantenendo ben saldo quel contatto con il pubblico – ha confidato ai masterclassers –. Ti propone un film solo se è veramente convinto che fa per te, è un mio caro amico anche se nel corso di tutti questi anni ci siamo spesso persi di vista ma quel filo che ci tiene legati rimane sempre saldo”. Accorsi con Ozpetek ha regalato alcune delle sue interpretazioni più intense ed è con La dea fortuna, che vedremo nelle sale il prossimo 28 novembre, che torna a vestire i panni di uno scrittore gay: “Dopo aver letto il copione mi ha detto che non ci sarebbe stato il tempo di darsi delle risposte perché quello era il tempo delle domande – ha anticipato -. Aveva ragione, non bisogna stare attenti a cercare le soluzioni perché a volte può essere utile avere un problema, rappresenta il cuore della creatività. La cosa più bella di questo film è che non ha tesi, non parte da teorie e preconcetti. È un sogno fatto da Ferzan Özpetek, messo in scena poi con una storia inedita e sorprendente”. 

Nessuno stereotipo assicura, solo emozioni e spunti di riflessione. “La famiglia è il posto dove c’è l’amore – ha risposto convinto -. La storia che un bambino deve stare dove ci sono una mamma e un papà non mi piace affatto, anche perché intorno a noi vedo ancora bambini che non sono felici e maltrattati. Conosco tanti figli di coppie omosessuali e sono bambini come tutti gli altri: dove c’è amore c’è la felicità e la famiglia è il luogo dell’amore. Il resto sono convenzioni”.  Messaggi profondi, consegnati ai masterclassers perché “i giovani non hanno sovrastrutture, sono limpidi. Le vostre domande sono linfa – ha aggiunto -. Alimentate sempre le vostre passioni, supportatele e incentivatele”. Ed è la tenacia quell’elemento imprescindibile che deve farla da padrone, non ha dubbi. “Con la serie 1992 ho dovuto avere tanta costanza, cinque anni di pazienza e lavoro costante – ha spiegato Accorsi -. È stata una lavorazione lunga e complessa, ero partito con l’idea di fare una biografia televisiva su Berlusconi. Poi ho capito e mi hanno fatto capire che Mediaset e Rai non mi avrebbero mai permesso di farlo. Qualche produttore mi ha detto di no – ha continuato – fino all’incontro con Sky. La prima serie ha appassionato molto, è stato un successo quasi inaspettato e adesso vi aspetta la terza serie che sarà quella più matura e convinta”. 

Non sarà nel sequel di The Young Pope, ma lavorare accanto a Paolo Sorrentino è stata sicuramente una di quelle esperienze più belle della sua carriera. “È stato un privilegio, scrive in maniera sublime – ha risposto ai masterclassers -. Tutto è perfetto, ha il controllo totale del set cinematografico. Crea delle regole ferree, ma tutto questo favorisce la serenità. Si inventa cose che sono più vere della verità è riesce a raccontare l’essenza dei suoi personaggi: è tra quei registi di cui ti basta vedere quattro inquadrature per capire che si tratta di un suo film”.  E a chi gli ha chiesto se avesse voglia di reinventarsi alla regia, non ha avuto perplessità a rispondere: “Mi chiedo spesso se c’è davvero questo bisogno di un altro regista che non si sa quanto bravo possa essere quando invece siamo circondati da professionisti di altissimo livello. Fare il regista è un mestiere specifico, sono pochi quegli attori che sono diventati davvero grandi in quelle vesti, mi viene da pensare a De Sica, Moretti, Allen, Eastwood. Certo, se si tratta di esigenze è giusto provare a farlo”. 

Umiltà e talento, per un grande attore che conserva ancora tanti sogni nel cassetto. “Sto lavorando a due serie che mostreranno un nuovo lato di me – ha concluso -. Fate delle vostre passioni il vostro lavoro, soprattutto oggi che viviamo e vivete un momento profondamente difficile contraddistinto da una crisi globale che ha generato scontento e infelicità dove non è semplice immaginare quello che sarà. Respirate questa aria che fa bene al cuore, qui a Giffoni in mezzo a voi la speranza non smette di battere forte”. 

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