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San Matteo, tra fede e leggenda: la storia del Santo Patrono

Curiosità, aneddoti, leggende raccontate anche dal libro "Salerno, città di Matteo" a cura di Marianna Bortone Blasi

Federica D'Ambro

E’ uno dei momenti più sentiti dai salernitani, in ogni angolo della città, dalla zona orientale a quella occidentale, c’è una scritta, un segnale, un odore che riconduce a San Matteo. Il 21 settembre sancisce la fine definitiva della stagione estiva, è l’ultima grande festa prima del Natale, prima delle Luci d’Artista. E’ uno dei rari momenti dove la comunità salernitana si unisce in un unico e solo credo. Rappresenta il legame con il passato, con la storia e la memoria della città.

“San Matteo da vivo mai è venuto a Salerno a predicare. Ma Salerno gode del privilegio di possedere il suo corpo, che è sepolto nella nostra cattedrale, sotto l’altare della cripta. Nell’antichità era abituale costruire altari sulla tomba dei martiri, immolati perchè testimoni della fede di cristo. Nella storia di Salerno ci sono fatti ed eventi che richiamano la protezione di San Matteo. Un esempio? Nel panno che esponiamo per annunciare la festa viene rammentato il miracolo che sottrasse la città dall’aggressione dei saraceni. Dal famoso evento nasce la voce del santo ‘Salerno è mia e io la difendo”.

Questa una dichiarazione di Mons. Luigi Moretti nel libro “Salerno, città di Matteo” a cura di Marianna Bortone Blasi. All’interno dello stesso lavoro sono riportati aneddoti, storie e leggende di una Salerno del passato, che vive tutt’ora grazie alle testimonianze di chi ha vissuto determinate esperienze ed ha ancora la forza e il coraggio di raccontarle.

LA STORIA DI SAN MATTEO

“Si dice che donna Pelagia, madre del monaco Atanasio, sognò per tre volte San Matteo e le disse: ‘Devi dire a tuo figlio che il mio corpo è sepolto tra le rovine di Velia, sono secoli che sono stato dimenticato’. Il monaco prendeva in giro la madre dicendole: ‘Mamma, hai bevuto? Mamma è il demonio che ti parla?’ Tutto questo durò fin quando San Matteo andò in sogno a tutti e due contemporaneamente e disse loro: ‘Se non eseguite questo mio desiderio vi farò vedere dove arriva la giustizia divina e vi punirò’. Il monaco, preoccupato e impaurito, andò tra le rovine di Velia, scavò e trovò il corpo di San Mattino. In città fu subito grande festa”.

San Matteo, viveva a Cafarnao ed era pubblicano, cioè esattore delle tasse, una categoria malvista nella società ebraica. Nonostante sia autore di uno dei quattro vangeli, sono poche le notizia biografiche su di lui. Oltre che essere il patrono di Salerno, in generale è patrono di banchieri e contabili e della Guardia di finanza. Il Martirologio Romano pone al 21 settembre la sua nascita al cielo ed al 6 maggio la traslazione del corpo di Matteo “dall’Etiopia a Salerno”, passando per Paestum. Morì intorno al 69 d.C., ma è incerto il genere della sua morte. C’è chi parla di morte naturale e chi ritiene che Matteo abbia coronato col martirio il suo apostolato.
Nel 1544, secondo la tradizione, il Santo Patrono salvò Salerno dalla distruzione, costringendo alla fuga i pirati Saraceni capeggiati da Ariadeno Barbarossa. In segno di riconoscenza lo stemma della città venne impreziosito con la figura di San Matteo, che con la mano sinistra regge il Vangelo e con la destra benedice.

“Il corpo di San Matteo è stato custodito per circa cinque secoli nella Cappella di Casal Velino. A Salerno è arrivato il 6 maggio del 956 d.c. Era una giornata caldissima e i portatori, a Rutino, avvertirono dei malori. Il Vescovo chiese a San Matteo di alleviare le loro sofferenze fisiche e, miracolosamente, apparve una sorgente d’acqua, la cosiddetta “fonte San Matteo” che ancora esiste. Si ricorda che fino al 1800 in onore della festa il 6 maggio, veniva raccolta la “manna” ovvero un liquido che trasudava dal corpo del Santo e versato in un’urna d’argento, acqua che poi veniva somministrata a persone ammalate o indemoniate, guarendole”. (Testimonianza di Alfonso Grieco, imprenditore e fondatore dell’associazione “I fedeli di San Matteo”).

LA PROCESSIONE

Il 21 Settembre si svolge la festa vera e propria in onore di San Matteo con una processione che attraversa il centro storico, percorre Corso Vittorio Emanuele, scende per Via Velia, per poi sfilare lungo Via Roma fino alla chiesa dell’Annunziata, e rientrare infine, su Via Mercanti, fino al Duomo. Aprono la processione le tre statue d’argento dei Santi Martiri Salernitani, Anthes, Gaio e Fortunato, simpaticamente definiti dal popolo come le “tre sorelle” di S. Matteo, per i loro volti dai lineamenti dolci ed i capelli lunghi.
I tre giovani Santi, che vegliano sulla città insieme all’Evangelista, furono condannati a morte durante una delle persecuzioni ordinate dall’imperatore Diocleziano, poiché Fortunato aveva pubblicamente rifiutato di adorare Priapo anche a nome di Gaio e Anthes. La paranza con la statua più pesante è quella di San Giuseppe, a chiudere il corteo è San Matteo trasportato da quaranta lavoratori  che indossano una maglia rossa, i pantaloni blu e sopra la tunica rossa con il cordone e gli asciugamani. Di generazione in generazione i portatori si tramandano.

“E’ un piacere sentire il rumore delle scarpe rigorosamente di suola che strusciano sull’asfalto a cadenzare il ritmo del passo. Prima dell’inizio della processione i capi paranza danno la carica giusta ai portatori. Il corteo, accompagnato dalla musica delle bande è spesso inondato da petali rossi che i fedeli lanciano dai balconi. Davanti alla sede della Provincia in Piazza Cavour la statua del santo patrono viene fatta ruotare verso il mare per la particolare benedizione del Vescovo ai pescatori che da sempre considerano San Matteo il loro protettore”. (Testimonianza di Aniello Palumbo giornalista del quotidiano “Cronache del Mezzogiorno”)

Solo per un anno la processione non si è svolta. Era il 1973 e la causa fu la grande epidemia di colera che colpì Napoli e Salerno.

 

PORTATORI E TRADIZIONI

La processione, l’odore di “mèveza” in ogni angolo, la preghiera, le giostre nel sotto piazza della Concordia e i fuochi d’artificio. Sono questi gli elementi fondamentali che caratterizzano il 21 settembre. Sono elementi irrinunciabili, ne manca uno e la festa si gusta a metà.

I PORTATORI

Non è un lavoro e non si diventa portatori inviando un curriculum. E’ una tradizione tramandata da padre in figlio, da generazioni in generazioni. I portatori di San Matteo nel passato erano fruttivendoli e portuali. Da qualche tempo ne fanno parte anche altre categorie come commercianti e dirigenti di fabbrica. Chi porta la statua non lo fa per esibizionismo ma per voto, per profonda venerazione per quello che sta facendo. La statua più pesante è quella di San Giuseppe, con i suoi 10 quintali è affidata a ben 48 portatori che solo lo scorso anno, dopo giorni di allenamento, sono riusciti a fare la tipica corsa al rientro sulle scale del Duomo. Ogni passo viene svolto seguendo le parole del “capo” paranza, che dirige il resto del gruppo. Ogni piazza ha un suo rito come ad esempio davanti al palazzo della Provincia.

“I portatori della statua di San Matteo, obbediscono al comando preciso del capo paranza: ‘a mmè a muntagna, a te a marina’. In quel momento la statua viene fatta ruotare verso il mare per la benedizione del vescovo ai pescatori”. (Testimonianza dei portatori di San Matteo e San Giuseppe)

LA MILZA

Il piatto tipico della Festa di San Matteo è la milza o il panino con la milza, chiamata in dialetto “Mèveza Mbuttunàta”. Nella settimana che precede il 21 settembre non c’è altro odore a Salerno, in ogni angolo di strada l’odore di milza che esce dalle cucine dei palazzi è quasi un fondamento. E’ immancabile in questa giornata, e viene preparata con una ricetta precisa dalle donne salernitane: ripiena con prezzemolo, menta, peperoncino e cotta in olio e aceto.

“C’è chi sostiene che la milza sia un tipico piatto della cucina salernitana. Non è vero. E’ un patrimonio culinario di tutto il meridione. Un esempio: alla festa del Castello di Cava de’Tirreni si mangia la milza con il panino, mentre a Palermo la ‘meuza’ è un tipico street food. La differenza si trova nella preparazione nel senso che si privilegiano alcuni ingredienti invece di altri. E’ importante tenere presente che attraverso i prodotti che si mangiano è possibile conoscere la storia e gli stili di vita delle popolazioni”. (Testimonianza di Ferdinando Cappuccio, assessore al Comune di Salerno dal 1985 al 1993, ha pubblicato libri e articoli di enogastronomia)

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