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In provincia di Salerno come nel XVI secolo: la vergogna della tratta degli schiavi

Una organizzazione criminale, permessi di soggiorno, inganni, violenze, minacce, un giro d'affari oltre 6 milioni di euro e le intercettazioni al capo, Hassan detto Appost' : "Non mi interessa niente, io i soldi li faccio qui, in una giornata mi faccio 300 euro"

Marco Rarità

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SALERNO | Sono 35 gli indagati, 27 agli arresti domiciliari e 8 con obbligo di dimora e presentazione alla Polizia Giudiziaria. Sono i numeri dell’ordinanza applicativa di misure cautelari emessa su richiesta della Procura della Repubblica di Salerno dal Gip del Tribunale, messa in atto dai Carabinieri del comando provinciale di Salerno con il supporto del settimo nucleo elicotteri di Pontecagnano e del nucleo Carabinieri ispettorato del lavoro di Salerno, oltre a militari dei comandi di Matera e Pistoia. Una maxi-operazione quella avvenuta all’alba a Salerno e in diverse città della provincia, tra cui Battipaglia, Eboli, Montecorvino Pugliano, Olevano sul Tusciano, San Marzano sul Sarno, Pontecagnano Fiano, Nocera Inferiore, Pagani, Altavilla Silentina e Angri, con collegamenti fino a Policoro (Matera) e e Monsummanno Terme (Pistoia).

L’ACCUSA | Gli indagati sono ritenuti responsabili a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento e sfruttameno dell’immigrazione clandestina, intermediazione illecita e sfruttamento di lavoratori con o senza permesso di soggiorno, riduzione in schiavitù, tratta di persone con l’aggravante del reato transnazionale e altro. Come detto dei 35 indagati destinatari delle misure cautelari, 8 non sono stati rintracciati e nei loco confronto continuano le ricerche.

COME NASCONO LE INDAGINI | Sono partite nell’agosto 2015, condotte dal  nucleo investigativo del comando provinciale dei Carabinieri di Salerno, inizialmente focalizzate sul fenomeno del caporalato localizzato nella provincia salernitana, in particolare nella Piana del Sele. Nel corso delle indagini, condotte anche con intercettazioni, sono state messe in luce dinamiche di un fenomeno ben più complesso, in cui lo sfruttamento dei migranti nei lavori agricoli, sia clandestini che con regolare permesso di soggiorno, era solo l’ultimo anello di una catena di reati di grave allarme sociale.

UNA ORGANIZZAZIONE CRIMINALE | Era tutto organizzato, un vero e proprio assetto con base operativa nella provincia di Salerno, con ramificazioni in altre province e anche altri paesi europei, in particolare Francia e Belgio, così come in Marocco, sistematicamente volto alla riduzione in schiavitù, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro in danno di cittadini extracomunitari. Nella organizzazione c’erano sia cittadini italiani che stranieri, con numerosi imprenditori agricoli, nonchè professionisti ( tra tutti anche un consulente del lavoro). Nel corso delle indagini è stata analizzata la documentazione relativa al rilascio di permessi di soggiorno stagionale per motivi di lavoro, gestiti per via telematica nell’ambito del cosiddetto “decreto flussi” periodicamente emanato dal Presidente del Consiglio dei Minsitri, con riferimento alla posizione di circa 400 lavoratori non comunitari immigrati dal 2015 al 2018. Le indagini hanno dimostrato la falsità in origine delle domande, tutto per concedere i permessi di soggiorno per i quali ogni migrante era disposto a pagare all’organizzazione somme che variavano dai 5000 ai 12000 euro.

IL “SERVIZIO” |  L’organizzazione, dopo aver procacciato in Marocco persone disposte a pagare per ottenere un permesso di soggiorno, anche con l’intermediazione di ulteriori soggetti residenti in Francia e Belgio, era in grado di generare tramite imprenditori agricoli vicini all’organizzazione le domande flussi periodicamente inviate al Ministero dell’Interno, gestite poi da un commercialista ebolitano. Il pagamento? Avveniva in Marocco, lì gli stessi migranti consegnavano il denaro ad altre persone vicino all’organizzazione. Alcune intercettazioni hanno dimostrato che gli stessi migranti contattavano il capo dell’organizzazioni facendo esplicita richiesto di un contratto di lavoro falso (quello che loro in gergo chiamavano “servizio”) in modo da garantire il regolare ingresso in Italia e poi magari raggiungere anche altri paesi in Europa.

L’INGANNO PER RENDERLI SCHIAVI | Nella maggior parte dei casi, una volta che il migrante era giunto in Italia però la procedura non veniva completata con la sottoscrizione del contratto di lavoro, in questo modo i migranti ricevevano un permesso di “attesa occupazione” valido per 12 mesi. Queste persone venivano sfruttate, lavoravano nei campi anche con la promessa di una successiva regolarizzazione del permesso di soggiorno. Altri, invece, che non potevano o non erano in grado di corrispondere tutta la cifra per le procedure del decreto flussi all’organizzazione, venivano sfruttati nel lavoro nei campi fino all’estinzione del debito. I vari imprenditori agricoli locali aderivano all’organizzazione per profitto, si garantivano così manodopera sottopagata per il lavoro nei campi, in altri casi invece si limitavano a ricevere un compenso da 500 a 1000 euro per ogni contratto di lavoro finto a loro richiesto.

IL CASO DI UNA DONNA | In un caso particolare, una vittima giunta in Italia grazie all’organizzazione venne privata del passaporto per poi essere sottoposta a violenza e minacce, fu costretta a prestazioni lavorative continua e massacranti come bracciante agricola, senza ricevere mai alcuna retribuzione.

VIAGGI IN AEREO | Come spiegato dal Procuratore della Repubblica Luca Masini l’indagine assume una particolare rilevanza perchè fa emergere l’esistenza di una forma di immigrazione irregolare non censita rispetto alla classica “rotta mediterranea” ( in alcuni casi i migranti arrivavano direttamente con biglietto aereo pagato dall’organizzazione), in grado di ottenere permessi di soggiorno del tutto leciti sotto il profilo meramente amministrativo. Inoltre evidenzia la presenza di organizzazioni criminali, con base sul territorio nazionale, in grado di gestire in via diretta il canale migratorio del paese di origine fino allo sfruttamento nei campi.

GLI AFFARI | Il volume dei profitti è stato stimato, supera i 6 milioni di euro per i soli permessi di soggiorno garantiti dall’0rganizzazione a partire dal 2012, a cui si devono aggiungere i proventi legati alla comune attività di caporalato.

L’INTERCETTAZIONE | Il capo dell’organizzazione, si chiama Hassan, detto Appost’, in una intercettazione emblematica raccolta dai militari in azione: “Ti parlo sincero, io alla fine non m’interessa niente, io se volessi fare i soldi li faccio qui.. io in una giornata guadagno 300 euro”. Hassan parlava a un componente dell’organizzazione, cerca di fargli capire che anche disinteressandosi dei permessi di soggiorno falsi, i suoi profitti sarebbero rimasti comunque altissimi.

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