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Il Vino buono? Qualche volta è questione di etichetta e di buon marketing

Francesco Maria de Feo

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Nella degustazione del vino, da parte dei clienti delle aziende vinicole, si svolge essenzialmente attraverso l’esame visivo, olfattivo e gustativo, ovvero quello che in gergo si chiama esperienza vissuta con il prodotto.

Il bere, non può prescindere da un’esperienza poli sensoriale, in quanto il vino è sempre un mix di sogni, di emozioni di sensazioni. Le aziende italiane sono sicuramente molto attente a creare eventi, qualcuna ad investire sul trade, a gestire l’accoglienza, a creare ambienti (si pensi agli enormi investimenti in cantina compiuti negli ultimi anni, spesso in collaborazione con architetti di prestigio).

A volte, però, tali strumenti non sono coordinati, sono frazionati, concentrati su alcune azioni o non valorizzati al meglio. Viste le ridotte dimensioni aziendali medie, i budget limitati impediscono la realizzazione di altre iniziative, così gli sforzi per creare un sogno si vanificano o quantomeno si riducono.

Fare marketing del vino significa comunicare e gestire il marchio in tutti i canali di vendita per raggiungere in modo efficace i clienti, trasmettendo loro con coerenza l’identità e la personalità dell’azienda.

Non è solo quindi una questione di etichettatura, pur essendo quest’ultima non solo un importante strumento informativo per il cliente circa il prodotto, ma anche l’espressione della brand identity che l’azienda produttrice trasmette ai propri clienti.

La Brand Identity è quello che l’azienda vuole che i consumatori percepiscano utilizzando i propri prodotti ed è fortemente condizionata da elementi fisici, cultura e valori, credenze ed immagini e dall’aspetto relazionale (si veda il prisma di Jean-Noel Kapferer).

Quest’ ultimo aspetto, ovvero la relazione che si crea attraverso la prova del prodotto risulta essere determinante non solo in fase di degustazione ma anche come strumento di confronto fra gli appassionati del vino. Spesso una bella ed efficace “etichetta” ci fa quindi preferire un vino rispetto ad un altro.

A farla da padrona, in questo caso, è il marketing esperienziale. “Le esperienze sono il farsi corpo della cultura”. Tutte le esperienze che compiamo, sia interne che esterne, lasciano un’impronta sul nostro corpo e a nostra volta creiamo un’impronta. In questo modo si crea il CIRCOLO ESPERIENZIALE. La cultura produce un’impronta (allestire un negozio, il sorriso di un sommelier) che produce l’esperienza che noi riceviamo, e ricevendola la incidiamo nel corpo (accresce e si trasforma fino a diventare unica, nostra e irripetibile), la superficie dove si segnano le esperienze e sua volta b l’esperienza interna andrà a produrre impronte nuove.

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