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Il Coming Out sulla Street Art fatto da Trapanig non è una Fake News

Francesco Maria de Feo

Trapano 1

C’è chi le chiama “scritte sui muri”, chi invece le identifica come “opere d’arte”, in ogni caso non possiamo fare a meno di fermarci ad osservarle.

Per conoscere meglio questo favoloso mondo ho fatto delle domande ad uno dei decani della street art italiana, Giovanni Trapani, in arte Trapanig, salernitano di origine.

Nel presentarvelo, mi piace far notare preliminarmente la sua atipicità di artista, questo perché è’ impossibile dare un’etichetta al suo esprimersi circoscriverlo entro schemi predefiniti.

Chiedo a Trapanig, che spazia dalla “Graffiti” all’Arte Contemporanea, di raccontarci gli inizi di “graffitista” ed “artista urbano, e di fungerci anche un po’ da memoria storica, descrivendoci come ha vissuto la sua esperienza in questa nostra realtà cittadina.

“Non posso dire con esattezza quando e come ho iniziato, quando è nato in me lo stimolo di dipingere, ricordo solo che è iniziato tutto sin da piccolo. Scendevo da casa, incontravo degli amici con i quali condividevo la passione e l’interesse per la cultura hip hop. Più che una reale motivazione, ci nutriva una reale passione, mista alla voglia di affermare e gridare al mondo il fatto stesso di “esistere”.

“Basta considerare che tanti anni fa non era così facile documentarsi, informarsi e comunicare, data anche l’assenza sia di internet che dei cellulari. L’unica fonte di ispirazione, da cui attingere “visivamente”, era rappresentata dalla rivista bimestrale “AL Magazine” che riportava un po’ tutte le novità del graffitismo e del writing in Italia, cultura che agli inizi degli anni ’90 non era diffusa come adesso. Basti pensare che i nomi che circolavano, oggi diremo le famose “tag”, non erano più di dieci o quindici in Italia, ovviamente non collegati fra di loro e senza la consapevolezza di essere un movimento culturale.

Crescendo di età e di consapevolezza mi è venuto del tutto naturale utilizzare altre forme espressive oltre lo spray, che fuoriuscissero dal classico cliché del graffitista.

Nell’agevolarmi in questo percorso sono stati complici anche gli studi d’arte, ed è così che mi sono dedicato alla scultura, al disegno, realizzando “tele” che allora, ed ancora oggi, non sono riconducibili direttamente al mondo della street art o del post graffitismo.

La cosa che mi preme precisare, e che trovo essenziale, è che all’epoca tutto questo avvenisse in modo spontaneo e naturale, senza etichette e confini; ci si esprimeva inconsapevoli di stare a sperimentare qualcosa a cui successivamente sarebbe stata data definizione ed importanza. Eravamo, anzi, abbastanza ai margini, se non considerati poco più che dei vandali. Questo è un punto essenziale: come in tutte le discipline un determinato fenomeno culturale viene definito ed etichettato a posteriori, senza che al momento ce ne sia reale consapevolezza.

Il rischio del riconoscimento tardivo porta talvolta anche alla deformazione dei concetti stessi e ad eccessive generalizzazioni che spesso tradiscono lo spirito che ha generato quei fenomeni stessi”.

Adesso invece a Trapanig chiedo di fare un salto nel presente e di raccontarmi le sue sensazioni su cosa è rimasto o cosa è cambiato di quel movimento iniziale; lui mi fa subito una battuta tipica del suo stile e modo di fare: “è cambiato proprio tutto il mondo che mi circonda, è tutto ringiovanito”.

“Mi chiedi perché? Tutti quelli che erano codici e canoni visivi, difficili da trovare e che mi facevano etichettare/ricondurre allo stereotipo dell’artista ricercato/alternativo, non facente parte di una cultura di massa, ad un certo punto li ho trovati sdoganati e alla portata di tutti, complici anche i mutamenti sociali e culturali dovuti all’influenza della pubblicità che se ne era appropriata. La pubblicità, infatti, è stata fortemente influenzata dal graffitismo, dal writing, da tutte queste forme di arte urbana.

Mi sono quindi trovato a fare i conti con qualcosa che era diventato da intimo a pubblico”.

Bellissima questa tua immagine che ci fa capire come una tua dimensione – da privata – sia diventata pubblica. Sdoganandosi e diventando per tutti, è come se si fossero appropriati di una realtà e di linguaggi che, ad essere sinceri, non corrispondono poi proprio esattamente a quello che realmente è stata l’origine e lo spirito del fenomeno.

“Per rifare un’altra battuta mia solita, prima a portare il capellino all’americana eravamo in pochi ma eravamo consapevoli della cultura che rappresentava, oggi lo snapback è diffusissimo come accessorio di moda ma completamente svuotato da qualsivoglia significato. La Street Art? Oggi sarebbe la Fake Art delle Fake News secondo me”.

Come immagini la Street Art del futuro? Quale saranno secondo te le novità? Anche qui Trapanig mi risponde con una battuta: “Come la Immagino? Come una sorta di Blade Runner, zeppa di iconografia Urban e scritte dileggianti i poteri futuri. Mi sono sempre ispirato ad una visione pop del futuro, anche nel look”.

“L’arte la vedo ancora più diffusa e al di là dei mezzi e degli spazi espressivi; continuerà il dialogo e la contaminazione con altre discipline. Cambierà la società e di pari passo anche la street art, ma non sono d’accordo sul fatto che le cose cambieranno in peggio, sono sempre convinto che il buono ed il bello mutino e si trasformino con il tempo, sarà sempre e solo una questione di percezione di nuove forme.

Dietro quello che disegni, alle figure che rappresenti, a volte poco rassicuranti e armate, c’è sempre una dimensione personale e filosofica, un personaggio che in qualche modo vuole comunicare e dire la sua. Raccontaci se è giusta questa impressione:

“I miei personaggi sono sempre apparentemente fermi e statici, come se fossero in osservazione distaccata della realtà nelle sue sfaccettature; sono armati ma inoffensivi, nel senso positivo del termine e tendono sempre a qualcosa, ad un’azione. Vivere per me è una forma di militanza, una scelta che va fatta, ed in questo arco di anni quella voglia del fanciullo che era in me di vivere è rimasta la stessa, quella stessa voglia di dire “ci sono” che ti permette di difenderti e di esprimerti allo stesso tempo.

I personaggi restano comunque da osservare in chiave romantica, che rispecchia molto la mia visione di rapportarmi all’arte. Romanticismo non in chiave esistenziale, ma come Resistenza Romantica agli accadimenti che possono attraversare la nostra vita. Ognuno di noi attraversa delle fasi, dei periodi, il tutto con una forma di resilienza esistenziale, che ci porta a non arrenderci comunque alla fine.

L’ultima mia serie infatti, i Combattenti d’Argento, l’ho voluta realizzare in spray su un materiale riflettente, volendo evidenziare proprio il fatto che, nonostante le vicissitudini e le prove che attraversiamo, non possiamo mai smettere di brillare; la scintilla vitale che è in noi non cesserà mai, ed in eterno ci farà riflettere con noi stessi e con gli altri”.

Dalla dimensione individuale al collettivismo creativo, in questi ultimi anni come mai questo passaggio?

“Crescendo anagraficamente sono cambiate anche le mie esigenze. Prima mi trovavo da solo a riflettere su alcune tematiche; successivamente tutti questi mutamenti hanno fatto nascere in me la voglia di novità e di confrontarmi con le energie giovani di questo settore, le nuove leve”.

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