I portatori

aSalerno Opinioni | di Carmen Incisivo

Incedono come un corpo solo anche se sono cinquanta. Non importa chi è più alto o più magro. Ciò che conta è non perdere il ritmo, seguire alla lettera gli ordini dei capi paranza e stare attenti che il preziosissimo carico che portano sulle spalle non “balli” troppo. Hanno volti giovani o segnati dall’età, forza e prestanza fisica o vanno avanti animati dalla motivazione perché, in qualche caso, gli acciacchi si fanno sentire ma non importa: la processione è un momento catartico e, come usano dire gli anglosassoni, the show must go on. Il più anziano, Ciro De Caro, ha 77 anni mentre Francesco Venturino, il più “è diventato maggiorenne sotto la statua” e di anni ne ha appena 18. Sono tutti diversi tra loro e ognuno incarna una diversa sfaccettatura di quel microcosmo, antico e affascinante, che sono le paranze. Quelle che prendono parte alla processione di San Matteo sono sei, una per ogni statua: non solo quella del Santo Patrono ma anche quelle di San Giuseppe, San Gregorio VII, Sant’Ante, San Fortunato e San Gaio. I portatori salernitani, costituitisi in un’associazione nel 2014, sono circa 150 e portano avanti una tradizione centenaria che si tramanda di famiglia in famiglia e che si alimenta negli occhi lucidi di cui gli uomini delle paranze fanno orgogliosamente sfoggio quando sfilano tra la folla per quello che sembra un tempo infinito, facendo una fatica tremenda, alleviata solo dalla devozione. Sfilata che può concretizzarsi e non subire stop solo grazie alla guida esperta dei capi paranza ed al rispetto di una ritualità e di un lessico tutto loro. Il passo è cadenzato. Si comincia sempre con il piede destro e si cerca di non alzare mai la pianta dall’asfalto andando, come dicono loro, “a spontaper” provando ad individuare ostacoli sul cammino senza dover guardare per terra. I comandi sono impartiti in vernacolo salernitano e spaziano da “ie a marin e tu a muntagn” o viceversa preannunciando una rotazione di 160 gradi specificando la direzione (da monte verso mare o al contrario); ad “ammot” che vuol dire rallenta oppure “mman” e “nguoll” che prevedono, rispettivamente, che la presa della statua – passaggio delicatissimo – passi dalle spalle alle mani o viceversa. Tra i momenti più belli c’è il sollevamento delle statue agli incroci o verso il mare e l’attesissima corsa sulle scale del Duomo al rientro della processione. In quel caso – la regola è ferrea – prima di partire ci si dice “esc chi nun s’a sent, chi car riman nderr”. Chi è stanco può non fare la corsa e chi cade resta a terra e deve provare a parare eventuali colpi, perché la corsa non può subire stop. Ieri la ritualità si è ripetuta: la vestizione delle statue, la messa dei portatori, l’uscita dalla cattedrale ed il rientro. Tutti insieme, come un corpo solo.

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