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“Generale, la guerra è finita”

"Dietro la collina non c'è più nessuno", bisognerebbe dirlo al generale, non quello di De Gregori. Tutti complici, nessuno escluso, dell'ennesimo imbarazzante teatro di inizio stagione.

L’Editoriale di Marco Rarità

“Dietro la collina non c’è più nessuno”, bisognerebbe dirlo al generale, non quello di De Gregori. Tutti complici, nessuno escluso, dell’ennesimo imbarazzante teatro di inizio stagione. Su tutti la proprietà, in evidente ritardo su ogni burocratica disposizione, nell’assenza di ogni reale tipo di rassicurazione e trasparenza nei riguardi della tifoseria, della storia sportiva di questa città che non va catalogata per partecipazioni ai massimi campionati ma per dignità e spirito di comunità, appartenenza, quella che ha fatto nascere attraverso la Salernitana iniziative dal valore sociale immortali, avete letto bene, senza tempo. Lo stesso tempo che non ha saputo cogliere la Figc, troppo impegnata sui tavoli delle grandi faccende per concedere lo sguardo altrove. Da anni i tifosi della Salernitana lanciano messaggi sulla Multiproprietà, sull’articolo 16 bis delle Noif che andava riguardato prima, avete letto bene, prima. Striscioni a Coverciano, a Roma, a Firenze, in ogni posto d’Italia, circa un anno fa anche una lettera ai vertici dello Sport, compreso Gravina, da parte del comitato etico costituito da Generazione Donato Vestuti. La richiesta di prendere sin da subito in esame la questione, nulla, la Federazione ha usato il più classico dei “poi si vede” lavandosene le mani e facendo la voce grossa quando il problema si è palesato con immediatezza, quando la Salernitana è arrivata a bussare nel palcoscenico del calcio in vetrina e lì, i Signori con le cravatte, la faccia non la possono perdere, avete letto bene, perdere. Chi ha perso, senza paura di essere smentiti e senza timore di destabilizzare, sono i tifosi. Toglietevi dalla testa tutte le banalità legate a “il calcio è del popolo” o slogan di questo tipo, chi segue il calcio forse è la componente che ha più colpe. L’attenuante della passione regge fino a un punto di non ritorno, il pallone degli anni 90 non esiste più, la “Superlega” (che venga istituita o meno) ne è testimone rappresentando un concetto d’élite che non appartiene all’appassionato di provincia. La colpa più grave è essere complici del nuovo calcio, dargli credito, partecipando attivamente e prendendo le distanze solo quando ci fa comodo. Ultimamente il lavoro, avete letto bene, il lavoro degli ultras a Salerno si è focalizzato più di ogni altra realtà in Italia sulle nuove generazioni, sui bambini, sull’approccio al calcio come senso di comunità e aggregazione sociale, la crescita culturale che guarda alla bandiera più del campionato, ai colori più dei successi, un processo che andrebbe analizzato in ogni contesto collettivo. E quindi? E’ la domanda che viene naturale dopo aver seguito questo percorso, lì dove tutti hanno torto può esserci anche la ragione, il buon senso sarebbe la parola chiave, un barlume di umana concezione tra le ombre, la verità è che nessuno ha il coraggio di dire che vorremmo anche ripartire da zero, perchè la A è bella sì ma la dignità anche di più. Sì, avete letto bene.

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