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Chi è Alberto Bollini?

Focus sull'allenatore granata: la storia del tecnico amante del 4-3-3 con diverse filosofie, cultura da Scienze Motorie e spiccata sensibilità nel rapporto con i calciatori

Marco Rarità

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E’ nato in un paesino di 6mila anime Alberto Bollini, nell’estate del 1966, a Poggio Rusco nel Mantovano ma in stretto confine con la Romagna. Nel 90′ consegue il diploma Isef all’Università degli studi di Verona con una tesi di laurea dal titolo: “Creatività, coordinazione e fattori socio affettivi dei giovani nel calcio”. E’ la prima impronta di una carriera, fin qui, dedicata quasi esclusivamente al mondo delle giovanili. La sua esperienza professionale da allenatore parte dalla Poggese, la squadra di Poggio Rusco, nel 1985 dove comincia come preparatore atletico della prima squadra e responsabile della scuola calcio, per poi passare alla Massese in terza categoria. Arriva nei professionisti nel 1993 come allenatore in seconda e preparatore atletico della Crevalcore in C2, vincendo il campionato. Prima di arrivare alla Lazio Primavera allena dal 1996 al 1998 la prima squadra del Modena in C1. Nel 2002, consegue la laurea Specialistica in Scienze Motorie all’Università degli studi di Roma, voto 110/110 con lode.  Più noti i suoi successi in Primavera, come detto, soprattutto nella Capitale sponda biancoceleste. Anno d’oro, invece, il 2009, quando comincia a collaborare come scouting per la Fiorentina, per la serie A, serie B e settore giovanile. Inoltre, sempre nel 2009, viene promosso a pieni voti 110/110 al corso Master per l’abilitazione ad allenatore professionista di prima categoria indetto dal settore tecnico della Federcalcio. Al centro tecnico di Coverciano Alberto Bollini ha discusso la tesi con tanti altri allievi, ancora oggi allenatori, tra cui Lorenzo Amoruso,  Pierpaolo Bisoli, Salvatore Campilongo, Ezio Capuano, Ersilio Cerone, Gigi Di Biagio, Angelo Di Livio, Franco Lerda, Raffaele Novelli e Gianluca Pagliuca. Altra soddisfazione nel 2008 vincendo il premio Tommaso Maestrelli come miglior allenatore del settore giovanile e nel 2009, vince il premio Tassi- Vignola, con il riconoscimento alla carriera come allenatore del settore giovanile. Interessante la relazione del tecnico lombardo circa due anni fa, al Clinic operativo dell’Aiac a Messina: “Tra le competenze di un allenatore secondo me deve esserci metodo e organizzazione, ma anche osservare il gesto tecnico che nel settore giovanile è fondamentale. Se intravedo che il ragazzo calcia male dobbiamo analizzare il suo errore e incoraggiarlo, guardare la coordinazione dell’atleta, come accade nel golf”. Il tecnico ha parlato anche di come la gestione del gruppo nelle giovanili sia una grande palestra per il futuro, parlando di sensibilità anche nell’approccio con i calciatori. Il tecnico ha parlato di “gioco a tema”, cioè come la partita e lo stesso allenamento diano dei segnali su come impostare le esercitazioni per migliorare i difetti del singolo e della squadra o dei reparti. “Per me che ho fatto Scienze Motorie non esiste più che il Preparatore Atletico fa 30 minuti e poi ti da la squadra, oppure io faccio 10 minuti e tu ti prendi la squadra dopo – poi parla della tattica prendendo come riferimento il suo 4-3-3 – penso che bisogna far bene la fase di possesso, bisogna saper giocare come nel calcio spagnolo stancando anche l’avversario, ma posso fare anche un calcio tedesco o all’italiana rubando la palla e giocando con meno giocatori avversari, mi piacciono tutte le filosofie di gioco. I terzini, ogni qual volta recuperiamo la palla devono saper attaccare, le mie indicazioni tattiche prevedono che l’attaccante esterno non appoggi al centrocampista che poi va in difficoltà ma aspetti l’arrivo del terzino in sovrapposizione, mentre l’attaccante centrale taglia in aria, così come taglia l’altro esterno e il centrocampista viene in appoggio, così si hanno più scelte”.

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